La Preistoria

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Nell'era mesolica, tra il IX° ed il V° millenio a.C., alla fine delle glaciazioni la pianura padana si presentava come una vasta estensione di paludi ed acquitrigni, che davano forma ai laghi Gerundo, Delmona ed a vari stagni, tanto che, nei primi anni dell'era volgare, a Cremona esisteva ancora un tempio dedicato a Mefite, dea degli stagni.

L'ipotesi dell'esistenza di una profonda buca (un lago) è supportata dai risultati ottenuti sulle analisi dei campioni di terreno estratti dall'AGIP nel 1954, circa la composizione del sottosuolo. Si è potuto accertare che lo strato sedimentario ha uno spessore attorno ai 450 metri, a differenza dei valori riscontrati in zone circostanti (350 metri a Sospiro).

Qua e là, depositi di ghiaia, sabbia e detriti andavano a formare isole, tra cui la più nota Fulcheria, sulle quali si costituivano insediamenti urbani. Queste popolazioni vivevano di caccia (cervi, cinghiali, caprioli) e di modesti allevamenti di capre e pecore e, quando il terreno lo consentiva, coltivavano il triticum monococcum, la prima specie di frumento. Trattasi di un tipo di frumento che dopo la trebbiatura presenta la cariosside ancora ricoperta dalle glume, oggi coltivato in piccola quantità (200 ettari).

Recenti indagini hanno permesso di individuare le seguenti aree di coltura, localizzate sull'appennino tosco-laziale e nel molisano ed in alcune zone della Grecia e della ex Jugoslavia. La granella ricca in fibra e con alto tenore proteico viene utilizzata per l'alimentazione animale. In alcuni areali, questi cereali trovano ancora impiego per l'alimentazione umana: la farina è usata per preparare focacce e certi tipi di minestre. L'interesse maggiore per questa pianta é riconosciuto dai genetisti per il suo utilizzo nei programmi di miglioramento dei frumenti. Il Triticum monococcum (pianta selvatica) possiede, infatti, una elevata variabilità genetica sfruttabile per incrementare la resistenza agli agenti atmosferici e per migliorarne il quadro aminoacido, essendo dotata di un elevato tenore in lisina. Il maggior numero di agglomerati li troviamo lungo le sponde del fiume Oglio, da Ostiano (Dugali Alti), a Piadena (i Lagazzi del Vho), a Bozzolo, Spineda, Marcaria, a Cerese di Mantova. Meno noti, ma altrettanto significativi sono i reperti trovati ad Ognissanti, nei campi Dosso e Prà Vecc, il 14 novembre 1893 da don Gioacchino Bonvicini, durante una passeggiata nella campagna. L'attento ed intelligente prete cominciò un lavoro di scavo minuzioso e successivamente catalogò tutto il materiale scoperto su di un quaderno, riportando disegni, dimensioni, forme, materiali.

Vennero alla luce supellettili, vasi, anfore, punte di lancia, attrezzi per i lavori domestici. Si presume, quindi, che in questa zona potesse sorgere un insediamento urbano favorito dalla vicinanza di corsi d'acqua, il Po ed il Delmona, in un periodo molto vicino al neolitico antico (V° millenio a.C.). Gli oggetti rinvenuti (anfore, contenitori, suppellettili fanno pensare ad una popolazione stabile, formata da agricoltori ed allevatori più che cacciatori. Le armi hanno dimensioni ridotte che lasciano pensare venissero usate per una caccia circostanziata, a differenza delle lunghe punte da giavellotto.

Dove sono, ora, questi oggetti? Parte ammuffiscono nelle cantine del museo archeologico Pigorini di Roma, alcuni li troviamo presso la biblioteca comunale di Pescarolo, altri in case private. Sono i resti delle terramare, abitazioni a palafitte che sorgevano dove le acque concedevano terreno.

Erano capanne circolari o rettangolari che appoggiavano su un tavolato, sorretto da impalcature lignee ed erano circondate da un fossato che aveva la duplice funzione di scorrimento delle acque e di protezione, valicabile con un ponticello. Avevano dimensioni varie, ma gli studi effettuati dall'Istituto Italiano per l'archeologia sperimentale sui ritrovamenti di Piadena hanno indirizzato i ricercatori a dare misure di 4 metri di altezza ed un diametro di circa 4 metri. Il pavimento era costituito da una palizzata ricoperta da uno strato di argilla, la struttura portante delle pareti era formata da pali appoggiati e contrapposti tra di loro e fermati da canneti palustri, mentre la copertura era costituita da un'erba chiamata càrice, con la quale si costruivano, anche, le corde. A seconda, poi, della conformazione del terreno le abitazioni potevano essere sopraelevate (palafitte) o appoggiate in buche che conferivano solidità.

Continue e violente alluvioni mutarono nei secoli il corso dei fiumi ed il profilo del territorio, al punto da non capacitarsi nell'interpretare tavole o descrizioni del tempo. Ricostruzione sperimentale di una capanna del Neolitico (V-IV Millennio a.C., Piadena, S. Lorenzo Guazzone).

Il dugale Delmona-Tagliata potrebbe essere l'antico alveo di un ramo del fiume Adda, come riporta una cartina topografica dell'anno 70. In questa tavola il fiume scorre da Occidente ad Oriente lungo alcune miglia a settentrione di Cremona, attraversa la strada di Brescia, la via Bedriacense e la via Postumia. A poca distanza da questa strada, l'Adda si divide. Una parte va a gettarsi nel Po verso Sommo e l'altra prendendo il nome di Addella, continua il corso fino al distretto di Casalmaggiore. Il Bologni (Storia di Rivarolo) sostiene che qualche ramo dell'Adda passasse per Rivarolo Fuori, adducendo le ragioni di tale affermazioni all'antica chiesa parrocchiale di S. Maria ripa d'Adda, esistente in quel luogo.

Tra il cascinale Dosso de' Frati e Solarolo Monasterolo vi era una chiesa chiamata Navara, nella parrocchia di Cella Dati, vicina al dugale Riglio. Gli anziani del luogo asseriscono di aver sempre sentito dire che quella chiesa (riedificata parecchie volte dalla devozione dei fedeli) fu voluta da un signore spagnolo salvato miracolosamente dopo essere caduto nelle acque del fiume Adda. Vari interventi di ingegneria idraulica misero ordine nel deflusso delle acque. Cartina che si riferisce al 200 d.C. a cura di dante Fazzi, Sindaco del Comune di Pieve San Giacomo dal 1993 al 2001