Pieve San Giacomo

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Percorrendo la via Postumia da Cremona in direzione est, dopo dieci chilometri si arriva nel comune di Pieve S. Giacomo, comprendente le frazioni di Gazzo e di Ognissanti e le località Torre Berteri, Bredazze, Fornasotto, Albere, Castellazzo, Molino, Casella, Canovetta, Canova, Malpensata, Riposo, Silvella, Cà de' Varani, Gazzuolo, Olzo, Muradelle, Palazzina

Cascine e casolari disseminati nella fertile campagna padana, un tempo sovraffollate ed oggi in buona parte abbandonate, dopo l'esodo della fine degli anni '50.

Come è facile intuire, l'economia si è sempre basata sull'agricoltura, anche se negli ultimi decenni i proventi reddittuali sono mutati. Dalle vecchie colture di lino, alle tradizionali di frumento, granoturco, foraggio, alle più recenti distese di soja, la popolazione ha trovato occupazione, direttamente od indirettamente, in agricoltura. Un'altra fonte di sostentamento fino agli inizi del 1900 era l'allevamento del baco da seta. Venivano predisposte delle scalee "d'aréli" e quivi si posava il seme del baco, la cui selezione era attenta e minuziosa. Esistevano in commercio semi nazionali, cinesi e giapponesi (i più pregiati) ed i sericoltori ottenevano ottime qualità attraverso incroci di razze per rafforzare le specie onde resistere alle malattie.

Negli anni 1864 e 1865 si verificò l'atrofia del baco ed i raccolti diminuirono del 50% con grave incidenza sull'economia locale. In periodi prosperi il raccolto medio italiano era di 50.000 quintali di bozzoli freschi, a Cremona si arrivava a 3.000 quintali con un gettito di circa 10 milioni di lire (1913). Il baco si nutriva di foglie di gelso (muroòn) e dopo il processo di crescita, cominciava a "filare" fino a formare un bozzolo entro il quale si chiudeva. Le gallette venivano raccolte e portate nelle filande per ricavarne la seta.

Come avveniva tutto il procedimento? Nel mese di giugno, di ogni anno, ricorreva l'operazione dello sfarfallamento, seguita da una selezione microscopica onde eliminare gli elementi di disturbo ed ottenere il miglior seme. Indi, veniva posto in ibernazione, dove rimaneva fino al mese di aprile dell'anno successivo, epoca della distribuzione. Il processo tecnico consisteva nella macerazione delle gallette (scopinatura), la pasta passava, poi, in una bacinella d'acqua bollente da dove l'operaia rannodava le bave sviluppate dai bozzoli per formare i fili che venivano avvolti all'aspa girante. In tutta la provincia, erano impegnate 44 filande che davano lavoro ad oltre 6.000 operaie (minima era la mano d'opera maschile).

Per ottenere un chilogrammo di seta greggia occorrevano 13 chilogrammi di bozzoli freschi. Le aspe ritirate dalle filande entravano negli stabilimenti di filatura, ubicati in maggior parte a Milano, dove usciva la matassina di seta finita. Il primo movimento industriale sul territorio lo registriamo alla fine del secolo scorso con la fornace Cabrini, in località Fornasotto, che occupava una settantina di operai. Era alimentata da un motore a vapore della forza di 25 cavalli e produceva materiale pieno e forato. Sempre in quel periodo Pieve San Giacomo, che era tra i venti centri più popolosi della provincia, poteva vantare una seconda fornace a Gazzo (proprietà Soldi), il molino di Pietro Bernuzzi con una discreta produzione di farine che andava oltre il fabbisogno locale, due caseifici e due torchi per semi di lino.

Molino - esterno I due opifici per la trasformazione del latte di Giuseppe Guindani e Carlo Lampugnani non erano però classificati tra l'industria casearia, poiché erano piccoli "caselli" annessi ai fondi agricoli ed adottavano ancora caldaie a riscaldamento diretto. Molino - interno Lavoravano 17 quintali di latte al giorno, pari allo 0,4% della produzione provinciale, ricavandone 24 Kg di burro, 51 Kg di grana ed 82 Kg di sbrinz (emmenthal tipo svizzero). Buona parte del latte munto veniva distribuito direttamente per l'alimentazione. Altra risorsa era la coltivazione del lino, da fibra e da olio.

La prima coltura era conosciuta fino dal 4000 a.C. in Egitto; in Europa arrivò solo nel Medio Evo dove mantenne una posizione dominante fra le fibre tessili fino alla fine del XVIII° secolo. Il raccolto avveniva tra luglio ed agosto, ma spesso si anticipava per interrompere la maturazione che poteva lignificare le fibbre. Dopo la trebbiatura, seguivano la pulitura dei mannelli, per eliminare le impurità, gli steli cresciuti male ed il terriccio e la macerazione in grandi vasche con acqua corrente fredda (li müi). Dopo aver fatto essicare al sole i covoni, si procedeva con la gramolatura e la scatolatura per separare il tiglio dal legno. Le "paglie" purificate e pettinate erano così pronte per la filatura. La linosa, invece, veniva raccolta più tardi, per permettere la completa maturazione del seme. Se ne coltivavano di varie specie con rese diverse. Semelino nostrale è Cremonese rende dal 25 al 28 per cento. Semelino della Bassa Italia e Sicilia rende dal 30 al 34 per cento. Semelino del Ferrarese rende dal 28 al 30 per cento. Semelino del Plata rende dal 26 al 31 per cento. Semelino di Bombay rende dal 32 al 35 per cento. Semelino di Marmara e di Eritrea rende dal 28 al 32 per cento. I due frantoi locali erano di proprietà di Vincenzo Paloschi e di Carlo Farina.

Il semelino veniva mandato in cilindri per una prima rottura, indi alle molazze dove si impastava con una piccola percentuale di acqua. La farina veniva poi posta al fuoco, in caldaie di ghisa sino ad una temperatura di 60 gradi e avvolta in tele di crine da formare piccole formelle, sotto i torchi idraulici ad una pressione di 90 atmosfere per circa un quarto d'ora, ottenendo, così, l'olio detto di prima spremitura, dolce e commestibile.

I pannelli risultanti da questa operazione, venivano macinati ancora più minutamente fino ad ottenere una poltiglia, che posta in appositi buratti per la selezione delle parti grossolane, andava ancora sul fuoco, avvolta in tele di crine e sotto i torchi ad una pressione di 300 atmosfere. Si otteneva l'olio di seconda spremitura, meno pregiato del precedente ma più economico, ed un pannello, come residuo, che si commercializzava per la produzione di mangimi.

L'olio di lino, dato il suo forte potere essicativo, debitamente cotto con l'aggiunta di sali di manganese, trovava applicazione anche nell'industria delle vernici e degli inchiostri da stampa. Bisogna attendere però gli anni '60 per avere un'attività industriale che funga da alternativa occupazionale alla campagna.

È il geniale artigiano Giuseppe Borghisani, che dopo il diploma di perito meccanico, scarta l'idea dell'impiego e del richiamo dell'industria metropolitana, per soddisfare la sua grande passione per il disegno. Nell'angusta bottega del padre comincia a piazzare qualche vecchia macchina e cerca di adattarla alla costruzione e finitura di parti di lampadari per le grosse vetreria di Murano. Per la capacità di schizzare nuove forme che uscivano con estrema facilità della sua matita, cominciò a farsi conoscere nell'ambito nazionale dell'arredamento.

Ben presto dalla vecchia officina si trasferì in moderni capannoni e da pochi collaboratori scaturì un'azienda di quasi un centinaio di dipendenti. A dimostrazione della capacità e dell'impegno di questo abile creatore sono le varie realizzazioni che possiamo, ancora oggi, ammirare in molte parti del mondo: Montecarlo, Parigi, Londra, Paesi Arabi ed Asiatici.

Purtroppo una malattia cardiaca lo ha strappato, precocemente (1975) dal suo lavoro e l'azienda, persa la guida, si è lentamente spenta. Il settore non è, però, scomparso totalmente, continua la tradizione una azienda artigianale: la FA-MA. Fortunatamente per l'economia locale si erano, nel frattempo, mosse altre due imprese in campi diversi: il legno e la trasformazione del latte. Un altro artigiano indigeno, Amilcare Manfredi, raccogliendo la passione del padre falegname si era spinto verso l'industrializzazione per stare al passo con le nuove esigenze di mercato, prima costruendo serramenti in serie per le imprese edili e poi decollando nel campo dei profilati.

La ditta Manfredi lavorava materiali provenienti dal Nord-Europa, dal Sud-Est Asiatico. Grazie alle doti imprenditoriali e lungimiranti del titolare è arrivata ad una occupazione massima di 70 operai nello stabilimento di Pieve San Giacomo diventando azienda leader in campo mondiale nei rivestimenti in legno. La Manfredi s.r.l., oltre al piccolo gioiello tecnologico pievese, che trasformava annualmente più di 25 mila metri quadrati di legno aveva altre due unità produttive: una a Palazzolo sull'Oglio in provincia di Brescia ed una a Giacarta in Indonesia. Il 1993, per l'azienda, è stato un anno di gravissima crisi, sfociata con la chiusura dello stabilimento il 25 febbraio 1994. Nell'autunno si sono vissute giornate drammatiche, con gli operai a dimostrare la loro voglia di continuare per le strade di Cremona, fino ad occupare, il 1° dicembre 1993, la sede municipale di Pieve S. Giacomo.

Questo evento era riuscito a far sbloccare, parzialmente, i fidi bancari, così che verso la fine dell'anno sembrava che la vicenda avesse imboccato la strada della salvezza. Invece, i troppi guai che c'erano alle spalle hanno portato la Direzione aziendale a chiedere, al Tribunale, il concordato preventivo. Con questa decisione i 60 operai si sono trovati senza lavoro e sono in attesa che altri imprenditori possano rilevare lo stabilimento e rimettersi in marcia. Nel periodo post-bellico si era insediato, a Gazzo, il caseificio Auricchio, che faceva il paio con l'autoctono caseificio Aiori. Ma mentre il secondo ha proseguito sulla strada artigianale, pur adeguandosi alle innovazioni tecnologiche, fino al 1992 anno di cessazione dell'attività, il primo, sotto la spinta della nota famiglia partenopea, ha allargato a dismisura la sua attività, trasformando il piccolo opificio in una moderna ed avanzata industria lattiero-casearia.

Lo stabilimento Auricchio di Gazzo occupa 90 operai e trasforma giornalmente 2000 quintali di latte, ricavandone il famoso e tipico provolone. L'azienda casearia, fondata nel 1876 a S. Giuseppe Vesuviano, in provincia di Napoli, ha nei suoi programmi un'ulteriore e massiccio sviluppo, che dovrebbe portare al raddoppio del personale a Pieve S. Giacomo, con lo spostamento del magazzino da Cavatigozzi e con l'introduzione di nuove lavorazioni.

Da rilevare la notevole ascesa del Salumificio Della Pieve, fondato di recente, ma con una lunga tradizione artigianale alle spalle. La scelta del dinamico Giuseppe Salti è stata quella di puntare sulla qualità e sulla cremonesità dei prodotti, come il salame casalingo con aglio e budello naturale, i tipici cotechini, le salsiccie e le salamelle. Non è da trascurare l'attività dei fratelli Pagliari, Giuliano e Fabrizio, nel settore dei trasporti.

I due, proprietari di 15 autocarri, trasportano ogni tipo di merci in giro per l'Europa. L'agricoltura si estende per circa 1500 ettari di terreno coltivabile, divisi tra una trentina di aziende, medie e piccole, che occupano un centinaio di addetti. Il neo più vistoso di questo borgo è la mancanza di spirito d'iniziativa privata, a parte i pochi casi citati, che ha costretto la popolazione ad adagiarsi ed a difendere il proprio piccolo reddito da lavoro dipendente e non ha intrapreso, a differenza di altri paesi, la strada dell'artigianato, del commercio e del terziario.

Questo handicap ha spopolato il paese, perchè il contadino ha cercato e trovato altrove l'alternativa al calo della mano d'opera in agricoltura. Delle 16 osterie dell'inizio del secolo, oggi ne contiamo solo quattro, dei 10 negozi di alimentari ne sono rimasti quattro, mentre alcuni settori sono scomparsi. Pieve S. Giacomo ha avuto, negli ultimi vent'anni, un discreto sviluppo edilizio, anche se in modo poco organico, relegando il centro storico alla periferia sud.

Qualche cosa di più si sarebbe potuto fare, ma la matrice conservatrice tipicamente padana ed in molti casi, l'assenza di un secondo reddito familiare hanno consigliato a non osare. Politicamente hanno sempre prevalso le sinistre ed in particolar modo il P.C.I., al quale si è opposto come unica alternativa la D.C. Altri schieramenti di partito o di idee non sono mai intervenuti a spezzare il dualismo comunista-democristiano, se si eccettua il P.S.I., quasi sempre al fianco dei compagni comunisti. Nel campo sportivo, Pieve S. Giacomo si è imposto spesso e bene anche oltre confine. Nel 1954 è sorta l'Unione sportiva Pievese (ciclismo), divenuta, poi, U.S. Decordi-Pievese, che sotto l'abile presidenza del maestro Ivan Masseroni ha colto successi un poco ovunque. Nel 1967 la società bianco-azzurra ha cambiato disciplina, passando al calcio ed anche in questo settore è riuscita a mietere allori e consensi. L'U.S. Pievese ha il merito di aver costruito, in loco, ed a suo totale carico, la prima struttura sportiva: il campo "Amedeo Manfredi". Nel 1974, nell'ambito dell'oratorio, alcuni ragazzi scelgono uno sport fino ad allora sconosciuto: l'hockey.

Nel volgere di alcuni anni questo sodalizio, l'U.S. Pier Giorgio Frassati, raggiunge i massimi vertici nazionali (serie A/2).

Altro vanto locale è la sezione dei volontari del sangue, sorta nel 1954. "Fu così che nella nebbiosa domenica del 14 febbraio 1954, insieme ad una zingarella che il Signore volle far nascere nella nostra Pieve, nacque contemporaneamente la sezione AVIS. Soci fondatori AVIS (Febbraio 1954) E quasi sempre, dicono i nostri vecchi, gli zingarelli, nati come Gesù nella povertà più squallida, portano fortuna". Così commenta, in un suo scritto, Rosolino Miglioli, da sempre bandiera dell'AVIS pievese che quarant'anni or sono vide aprire gli occhi alla vita quella creatura (era ufficiale delegato dello stato civile) e questa sezione (ne fu fondatore e primo segretario).

E più che averne di fortuna, l'AVIS ne è stata dispensatrice con le sue donazioni in momenti spesso drammatici. Trovarsi di fronte una sezione tanto attiva e generosa, composta da dirigenti e volontari pienamente coscienti della loro "missione" è davvero una grande fortuna. Inizio anni '50: da tempo c'era a Sospiro una piccola sezione che, pur svolgendo una discreta funzione, non riusciva a mantenere il passo di un galoppante progresso civile. Sotto la spinta di alcuni associati di Pieve S. Giacomo, si decise di spostare il "baricentro" da Sospiro a Pieve, nel tentativo di scuotere l'opinione pubblica.

Oggi si può affermare che l'operazione è stata azzeccata. Il dott. Germano Torchio, medico condotto del paese, divenne presidente, carica che mantenne fino al 1965 quando gli subentrò Ottorino Facchini.

Dopo quattro anni, ai vertici viene eletto il dott. Raffaele Favagrossa che vi rimase un decennio, prima di passare il "testimone" al cav. Attilio Bosio che di recente l'ha ceduto al vulcanico Luigi Carubelli. La locale sezione era sorta con 26 volontari ma al traguardo del primo decennio le fila si erano infoltite ed il gruppo era composto da 82 persone. Il tempo non ha fatto altro che lavorare per la diffusione di quest'associazione.

Dal mese di marzo 1981, a fianco dell'AVIS funziona un'efficente sezione AIDO, intitolata a Giovanni Malfasi, che fu uno dei primi donatori di cornea della nostra provincia. 19 GIUGNO 1994, in occasione del 40° anniversario di fondazione della locale sezione AVIS, viene inaugurata la nuova sede sociale in via Garibaldi n. 4. Oggi, l'AVIS di Pieve S. Giacomo conta: 175 soci effettivi 30 soci emeriti 4 soci collaboratori 95 soci sostenitori In 40 anni di attività sono state effettuate 14.578 donazioni pari a 4.500.800 centimetri cubi di sangue. Il campo della cultura e dello spettacolo è sempre rimasto ai margini, soprattutto per la mancanza di elementi trainanti nel settore specifico. Verso la fine degli anni '20, l'intraprendente commerciante Innocente Portesani, apriva una sala per spettacoli cinematografici e teatrali, che dava anche spazio per lussuosi veglioni danzanti. Il locale ha cessato la sua funzione nel 1963.

Altro luogo di ritrovo per il ballo era l'osteria Piave e l'itinerante balera di Priori. Questo, in sintesi, è Pieve San Giacomo, un piccolo centro di campagna che si è costruito la propria storia nel corso dei secoli, attraverso avvenimenti, pù? o meno importanti, che ne hanno delineato una precisa ed indelebile identità. a cura di Dante Fazzi, Sindaco del Comune di Pieve San Giacomo dal 1993 al 2011